C.C.I.S.S.  

Centro Comunicazione Informazione dei Sordi Siciliani - Onlus ............ gratuito per tutti quelli che vogliono collaborare con noi e per tutte gli associati

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Associazione Sportiva Dilettantistica
Centro Culturale Ideologico
Sportivo Sordi
Via Carlo Pisacane, 21  -  90127  Palermo
Tel. fax: 091 217760 
E-mail cciss@ccissicilia.it  -  www.ccissicilia.it  - TgsVideo Pag. 775
C.F. 97176120828  –  P.I. 05226280823  - C.C.I.A.A. di Palermo n. 252086
 1 - 4  settembre 2006
1° Motoraduno
"Le roccaforti Saracene"
 

REGOLAMENTO E ADESIONI:

*   Le iscrizioni devono pervenire entro e non oltre il 07 agosto 2006
*   Le iscrizioni devono pervenire unicamente dietro compilazione dell’apposito modulo predisposto e i pagamenti a mezzo vaglia postali e/o bonifico bancario.
*   Le quote si intendono per persona in camera doppia, non sono previste riduzioni 3° letto
*   Per l’assicurazione, è possibile su richiesta attivarla richiedendoci le quote di copertura
*   Gli ingressi si intendono per tutti quei siti ove previsti dal tour, esclusi dalla quota di partecipazione e dal servizio guida
*   È prevista un’assistenza locale che segue il gruppo e assicura la buona riuscita del circuito
*   Il numero massimo delle adesioni per club è di 20 unità

 

          “LE ROCCAFORTI SARACENE”

            1 - 4 settembre 2006

 

….Itinerario di viaggio….

 

       1° giorno -  Piana degli Albanesi

 

        2° giorno - Piana degli Albanesi – Caltabellotta – Piana degli Albanesi)

 

    3° giorno – Piana degli Albanesi – Burgio – Piana degli Albanesi

 

 

      4°- giorno Piana degli Albanesi

Programma                                  
della Manifestazione 

1° giorno

Arrivo a Piana degli Albanesi (Pa), raduno dei partecipanti in luogo da convenire Incontro con l’assistente per fissare gli orari dell’indomani. Nel pomeriggio visita guidata di Piana degli Albanesi. Cena e pernottamento in hotel.

2° giorno

Raduno dei partecipanti in hotel dopo la prima colazione, incontro con l’assistente e consegna materiale promo e kit viaggio. Partenza per Burgio. Visita guidata della cittadina con le sue bellezze e l’unica fonderia per la realizzazione artigianale di campane ancora esistente e funzionante. Rientro in hotel, cena e pernottamento.

3° giorno

Prima colazione in hotel. Proseguimento per Caltabellotta. Pranzo e nel pomeriggio visita guidata della splendida località. Qui arrivarono grandi menestrelli come Adam le Roi e tanti altri come Wolfram von Eschenbach, Il Boccaccio fa rivivere le cortigianerie del tempo in una novella del Decamerone. In serata rientro a Piana degli Albanesi, cena in hotel e pernottamento.

4° giorno

Prima colazione in hotel. Intera giornata dedicata alla visita guidata di Piana degli Albanesi e dintorni, con la guida locale, e una degustazione di dolci tipici. Pranzo in ristorante e fine dei nostri servizi.

 

    Quota individuale con pernottamento                  € 245,00

    Quota senza pernottamento                           € 125,00

La quota comprende:

*     N° 3 notti in hotel a Piana degli Albanesi (quota con pernottamento)
*     Pensione completa (cene in hotel e pranzi in ristorante)
*     Visite guidate nei comuni di: Piana degli Albanesi, Burgio e Caltabellotta.
*     N° 1 degustazione a Piana degli Albanesi
*     Assistente durante il circuito
*     Interprete LIS
*     Kit viaggio

La quota non comprende:

*     Assicurazione medica e bagaglio
*     Trasporto in nave da e per Palermo
*     Mance ed ingressi ove previsto
*     Bevande ai pasti
*     Tutto quanto non specificato alla voce “La quota comprende”.

“I COMUNI DELL’ITINERARIO”

Piana degli Albanesi e dintorni, Il comune che ci ospita vanta la propria fondazione di Piana degli Albanesi alla fine del XV secolo quando, in seguito alla invasione della penisola balcanica da parte dei turchi ottomani, numerosi gruppi di profughi albanesi cercarono rifugio nelle vicine coste dell’Italia meridionale, dove si stabilirono fondando un cospicuo numero di nuovi insediamenti rurali. L’assetto riservato allo stanziamento degli Albanesi in Italia, fu improntato alla considerazione che essi avevano saputo guadagnarsi e conservare presso i cristiani d’Occidente. Tra le regioni maggiormente interessate dalla diaspora albanese figurano la Calabria, la Sicilia, la Campania, il Molise, la Puglia e la Basilicata. Gli arbëreshë pianoti diedero vita alla loro diaspora verso la Sicilia intorno al 1485. Essi diedero origine al più grosso centro albanese dell’isola: Piana degli Albanesi, che sorge negli ex feudi di Mercu e Ayindingli appannaggio dell’Arcivescovo di Monreale del tempo, Cardinale Borgia. Il paese edificato sulle falde di una collinetta ( Sheshi ), dominava un’estesa area pianeggiante dalla quale, con molte probabilità, derivò il nome: <<Piana Archiepiscopatus Montis Regalis>>, in seguito <<Piana dell'Arcivescovo>>, poi <<Piana dei Greci>>, e, infine <<Piana degli Albanesi>>Le condizioni sfortunate ma dignitose, dell’esodo iniziale erano state tali da segnare con caratteristiche definitive gli Albanesi impiantati in Sicilia. Ne sono testimonianza le <<capitolazioni>> che gli Albanesi contrassero con gli ospitanti, dopo qualche anno dal loro insediamento, essendo svanita ogni speranza di ritorno in patria.

Verso la prima metà del XVIII secolo gli arbëreshë pianoti avviarono un profondo processo di rinnovamento spirituale e culturale grazie all’opera di P. Giorgio Guzzetta che fondando il suo Seminario greco-albanese, fornì un indispensabile sostegno alla salvaguardia dello specifico etnico, religioso e culturale delle Comunità siculo-albanesi. Lungo il XIX secolo, inserendosi negli umori rivoluzionari e risorgimentali che preparavano l’unità nazionale italiana, Piana e i suoi abitanti giocarono un ruolo significativo. La loro partecipazione alle fasi più incisive dei moti risorgimentali siciliani e nazionali si concretizzò in un decisivo sostegno politico e militare. Nel 1860 gli arbëreshë ospitarono nel loro paese gli emissari mazziniani. In seguito allo sbarco, Piana ospitò i garibaldini, fornendo loro sostegni logistici, vettovagliamenti e un sicuro riparo strategico; quindi molti arbëreshë seguirono le campagne militari contro i borboni e alcuni rimasero vittime sul campo di battaglia. Un altro momento significativo della storia degli arbëreshë pianoti, coincise con il movimento dei Fasci siciliani che verso la fine del XIX secolo interessò la Sicilia e, più in generale, le vicende della politica nazionale. Il Fascio dei lavoratori di Piana ebbe come guida indiscussa il medico Nicola Barbato, tra i più prestigiosi e colti capi dell’intero movimento siciliano. I Fasci pianioti furono tra i più “pericolosi” e certamente tra i meglio organizzati della provincia di Palermo.Il Fascio dei lavoratori di Piana ebbe come guida indiscussa il medico Nicola Barbato, tra i più prestigiosi e colti capi dell’intero movimento siciliano.

Benché soppressi dal governo italiano, allora guidato da F.sco Crispi, anch’egli di origini siculo-albanesi, il movimento dei “fascianti” continuò la sua azione, perpetuando gli insegnamenti di Nicola Barbato. Proprio intorno alla pietra che reca il suo nome, nella Portella delle Ginestre, il I° maggio 1947 il bandito Salvatore Giuliano sparò contro i contadini inermi che celebravano la consueta festa del lavoro. I secoli XIX e XX costituirono un notevole progresso della cultura e della letteratura italo-albanese. Sospinta soprattutto dai principi romantici e risorgimentali, una nutrita schiera di intellettuali si interessò della storia, della lingua, delle tradizioni poetiche popolari arbëreshë, avviando un decisivo processo della storia letteraria Albanese: alle soglie del XXI secolo, l’attaccamento alla tanto amata madre patria non si è spento, esso è sempre vivo nelle popolazioni italo-albanesi, che ancora oggi soffrono per le tristi vicende che in questi ultimi anni, hanno interessato l’Albania e il Kosovo. Gli Arbëreshë non hanno dimenticato le loro origini.

Il patrimonio artistico e monumentale di Piana è attraversato dalla cultura barocca e da quella bizantina le quali in alcuni felici momenti di fusione hanno prodotto esiti singolari.
Sulla base dei documenti, ad oggi disponibili, è possibile supporre che gli Albanesi fondatori di Piana, dopo quasi un secolo di permanenza nel luogo, abitassero case costruite secondo schemi architettonici più medievali che cinquecenteschi, con uso di archi in pietra e di volte a botte. Allontanatisi in un certo senso dall’arte bizantina, gli arbëreshë decisero di conferire al paese caratteristiche urbanistico-architettoniche che guardavano alla città di Monreale nel cui territorio e giurisdizione ricadevano le terre loro assegnate. Il barocco così concretizzato fu però poco capriccioso e privo di esasperazioni decorative. Tra la fine del ‘500 e la prima metà del ‘600, sotto la profonda influenza della personalità artistica di Pietro Novelli, fu realizzato quanto vi è oggi di maggiore interesse artistico-architettonico: chiese, fontane, palazzi e assetto del centro storico.

si è registrata una attenzione particolare per l’arte bizantina. Come termine ante quem si può considerare il 1959, quando le icone della chiesa di S. Nicolò di Mira in Palermo, furono trasferite nell’iconostasi (appositamente costruita) della chiesa di S. Nicola. Nel 1979 iniziò il loro restauro e la dimenticata arte iconografica venne riscoperta grazie a quanto gli Albanesi di Palermo avevano saputo conservare meglio di quanto avrebbero fatto quelli di Piana.

Alle icone del ‘600 e del ‘700 in breve tempo si aggiunsero altre duecento icone di autori greci ed italiani che hanno notevolmente contribuito a far nascere una fiorente scuola iconografica locale.

Da visitare: BIBLIOTECA, ARCHIVIO STORICO, MUSEO DEL SEMINARIO DIOCESANO In questa biblioteca sono confluiti i patrimoni librari di diverse altre istituzioni religiose, ormai estinte, come il Seminario greco-albanese di Palermo, l'Oratorio dei Padri Filippini, il Ricovero degli agricoltori invalidi, la biblioteca della Cattedrale di San Demetrio e altre ancora. Il fondo custodito ha una forte caratterizzazione bizantina ed albanologica, impreziosita dalla presenza di cinquecentine e secentine. Queste caratteristiche ne fanno una struttura bibliotecaria di assoluto rilievo e d'inestimabile valore storico e culturale. La chiesa di S. Nicola, adiacente al Seminario, ospita il museo diocesano dove sono esposti oggetti e paramenti sacri; LA BIBLIOTECA COMUNALE ZEF SCHIRO' Istituita nel 1977, la biblioteca è impostata "a scaffale aperto" secondo le norme biblioteconomiche. La struttura bibliotecaria gestisce con sistemi informatici il proprio patrimonio librario che ha ormai raggiunto il traguardo delle 18.000 unità bibliografiche. Diverse sezioni speciali

raccolgono interessanti collezioni fra cui spicca la sezione dedicata alla cultura locale e a quella arbëreshe in particolare. La biblioteca svolge inoltre un'intensa attività di promozione culturale, pubblica il periodico Biblos e i Quaderni di Biblos, piccoli volumi in cui vengono approfonditi temi e argomenti di cultura locale o che riguardano le minoranze linguistiche; IL MUSEO CIVICO NICOLA BARBATO Il nuovo museo civico N.Barbato, inaugurato nella primavera del 2002 è ubicato nei pressi della piazza V.Emanuele. L'immobile ospitava anticamente l’oratorio di s. Filippo Neri, il suo restauro con la nuova finalità di Museo Civico intende destinarlo a sede per eventi ed attività culturali; CHIESA DELLA S.S. ANNUNZIATA fu eretta intorno al 1624-1625. L’interno presenta una forma anomala, una navata centrale e una navata destra. L’altare centrale in legno del 1852 recentemente è stato spostato nella navata destra. Esso presenta lavori in bassorilievo. La parte inferiore della mensa e il tabernacolo sono scandite da colonnine, le parti superiori sono decorate con figure, viticci e spighe. Sopra l’altare vi è un Crocifisso in legno policromato con reliquari dorati di pregevole intaglio. Al posto del vecchio altare centrale in legno è stato collocato un altare in marmo quadrato di tipo bizantino sorretto da quattro colonne che rappresentano i quattro Evangelisti; CHIESA S. ANTONIO IL GRANDE La piccola chiesa di S. Antonio costruita nel 1562, è l’unica che ha mantenuto l’altare ad oriente così come è in uso nell’architettura bizantina. Originariamente dedicata alla Madonna di Loreto, di cui ne è testimonianza l’affresco del Vima, raffigurante l’omonima Madonna con S. Giovanni Battista e l’Arcangelo Gabriele, cambiò patrono dopo il 1644 quando Novelli dipinse l’affresco di S. Antonio, oggi conservato nella chiesa di S. Giorgio. La chiesa ha forma di croce greca mancante di un braccio, nasconde l’altare con una semplice iconostasi; CHIESA DI S. NICOLA L’odierna chiesa di S. Nicola fu eretta da Nicolò Matranga alla fine del XVI secolo sul luogo dove già esisteva un’antica chiesetta dedicata allo stesso santo. La chiesa ha assunto un rilievo artistico particolare dal 1957 quando vi furono trasferite icone del 1600 e del 1700 provenienti dalla chiesa di San Nicola a Palermo, distrutta durante la seconda guerra mondiale. La chiesa è ad una sola navata; le pareti sono arricchite dalle icone di scuola siciliana del 1700 che si differenziano dalle altre per l’uso di una tempera grassa e per il fondo in argento a mecca.

L’iconostasi è divisa in tre registri e comprende le icone del 1600. Nel primo registro da sinistra verso destra abbiamo: 1) San Nicola in trono di Joannikios, che riceve da Cristo e dalla Vergine il Vangelo e l’omoforion, simbolo del potere vescovile, toltogli ingiustamente durante il concilio di Nicea; 2) la Platitera (colei che contiene l’incontenibile) opera di scuola cretese con forti influssi barocchi; 3) Cristo Re dei re e sommo sacerdote, attribuito a Joannikios, vestito con abiti sia regali che di Padre della chiesa, con le mani annuncia se stesso; 4) San Giovanni Battista raffigurato con le ali perché come un angelo annuncia la venuta di Cristo; LA CHIESA DI S. DEMETRIO La maestosa cattedrale di San Demetrio, edificata nel 1498, presenta l’abside rivolto ad oriente secondo i canoni dell’architettura sacra bizantina, Lavori secondari di completamento furono attuati nella prima metà del ’600. In questa occasione l’abside centrale e parte dell’abside destra furono affrescate da Pietro Novelli. Nella facciata si possono ammirare due mosaici di scuola monrealese eseguiti nel 1960, uno del Cristo in trono affiancato da due santi guerrieri: S. Giorgio e S. Demetrio; in una nicchia sottostante quello della vergine Platitera. Si accede alla chiesa mediante una scalinata di stile tardo-barocco. All’interno la navata principale è divisa dalle laterali da sette colonne in marmo bianco.

L’iconostasi composta da tre registri contiene: nel primo, dal basso verso l’alto, il Cristo, la Vergine, e i Santi; nel secondo le feste despotiche, infine nel terzo i dodici Apostoli. La parete dell’abside centrale affrescata come già detto sopra da P. Novelli rappresenta l’esaltazione della Trinità; nella volta il Padre benedicente fra sette Arcangeli e due giri di Cherubini. Al centro dell’abside è raffigurato Cristo che sorge dal sepolcro, nella mano sinistra tiene una bandiera cremisi e con la destra benedice. L’opera più antica e di maggior rilievo artistico è l’icona della Vergine col Bambino, di scuola senese del 1500 (tecnica: tempera all’uovo); CHIESA DI S. VITO Ricca di fregi, di altari intarsiati in marmi policromi, esempi dell’arte tardo-barocca del paese è la chiesa di San Vito. Edificata verso i primi del ’500 conserva ancora oggi, nonostante vari consolidamenti, la struttura originaria. La chiesa, inizialmente appartenente ai greci, nel 1590 fu ceduta da questi ai latini insieme ad un campo annesso dove venivano sepolti i morti di peste. Anche questa chiesa come quella di S. Giorgio aveva l’abside rivolta ad oriente diversamente dall’impostazione odierna, In una nicchia sovrastante si trova l’Immacolata Concezione sempre in marmo. Nella chiesa a tre navate con l’abside e l’unica cappella laterale, poiché l’altra è stata adibita a sacrestia, si conservano importanti opere d’arte: la statua dell’Immacolata e la statua di S. Vito Martire.

La statua di S. Vito, che si trova nella seconda cappella della navata sinistra, risale alla prima metà del XVI secolo , stuccata e ricoperta d’oro. Il santo viene rappresentato con due cani ai piedi, con la palma del martirio e la croce tra le mani. La chiesa ha una fonte battesimale in marmo bianco, contrariamente alle altre chiese di Piana, le quali usano come fonte battesimale recipienti mobili in bronzo; CHIESA DI SAN GIORGIO MEGALOMARTIRE La chiesa più antica del centro urbano è quella di San Giorgio edificata nel 1495. Essa ha subito varie ristrutturazioni. Nel 1500 fu ristrutturata ed ampliata, nel 1619 l’abside fu trasferita da est ad ovest per motivi urbanistici. Gli ultimi lavori sono stati eseguiti nel decennio scorso. Si accede alla chiesa mediante una scalinata che, prima della costruzione del convento adiacente avvenuta nel 1716, scendeva direttamente in piazza. L’unica navata della chiesa è coperta da una volta a botte con un affresco raffigurante San Giorgio in Gloria di Cristadoro, datato 1759 ed è chiusa ad ovest da un’abside sul cui catino un falso mosaico raffigura Cristo Pantocratore. La chiesa è stata recentemente arricchita da molte icone che si trovano lungo le pareti e altre nell’iconostasi; CHIESA DELLA MADONNA ODIGITRIA URBANA La chiesa della Madonna Odigitria è l’unica testimonianza di P. Novelli architetto a Piana. Infatti nel XVII sec. La chiesa fu ricostruita ed ampliata su suo progetto e l’interno conserva ancora oggi tale struttura. In esso si conserva la statua della vergine Odigitria sorretta da due monaci, realizzata verso la fine del 1600, in legno stuccato e dorato. Incassato nella statua si trova il quadro della Vergine Odigitria che la tradizione vuole sia stata portata dai profughi durante la fuga dall’Albania.

Lungo le pareti si trovano, un dipinto raffigurante l’Arcangelo Michele che risale al 1700 e una crocifissione in legno ritagliato e dipinto da Spiridione Marino; CHIESA DELLA MADONNA ODIGITRIA RURALE Ai piedi del monte Pizzuta, poco distante dal centro abitato, sorge la chiesa rurale della SS. Madonna dell’Odigitria, del 1488, anno in cui furono stipulati "I Capitoli di fondazione".


La chiesa, secondo una leggenda popolare, fu costruita in onore della Vergine (la cui immagine i profughi albanesi avrebbero portato dall’Albania) la quale avrebbe indicato il luogo dove avrebbero dovuto insediarsi definitivamente e costruire le loro abitazioni.

Si narra che gli antichi Albanesi cercassero un sito conveniente dove erigere le loro abitazioni. I loro sacerdoti portavano, come l'arca santa, il quadro della Madonna Odigitria. Stanchi del cammino, posarono quella sacra immagine su una pietra per riposarsi; e così prendere un pò di respiro. Quando si accinsero a rimuovere la sacra immagine per rimettersi in cammino, si accorsero con loro meraviglia, che essa aveva lasciato sul masso la sua impronta, desunsero essere quello il luogo destinato dal cielo, dove dovevano fondare la loro colonia.

Nel mese di Marzo vi era siccità e per avere la pioggia si fecero varie processioni di penitenza. Pietra, moglie di un uomo  chiamato Angelo Matranga, uomo ricco di fede e di beni di fortuna volle tenere la lampada sempre accesa innanzi alla sua dolce Madonnina. Ed ecco che si accorge ad un tratto che l'olio della lampada era diventato così bianco da sembrare latte, pur tuttavia continuando ad ardere in ossequio della Madre di Dio. Sparsasi la voce del prodigio, fu un accorrere di tutto il paese. La suddetta lampada fu portata e serbata nella chiesa di San Giorgio pur continuando ad ardere nella stessa maniera. Fu allora che Angelo e Pietra, degni consorti, vedendo la loro casa onorata dalla Madonna con tali prodigi, pensarono di donare tanto la casa, quanto lo storico quadro della Madonna Odigitria. La casa fu abbattuta e al suo posto vi venne eretta una chiesa architettata dal monrealese Pietro Novelli.

Caltabellotta. Essa affonda le proprie radici nei lontani albori della civiltà indigena Sicana dove dominava il regno del Re Kokalo.

L’approdo dei Fenici sulle coste, li porta a valorizzare l’aspetto strategico – commerciale del luogo. Nello stesso tempo radicano tradizioni e religione, diffondendo il rito dei loro Dei sacrificali. I Greci approdando la chiamano (Tria Kala) Triokala, definendola così, per la ricchezza delle acque, per la posizione strategica e la fertilità della terra. Nell’ampliamento della Magna Grecia, la cultura Ellenica porta anche il culto del Dio Kronos che collegato con quello degli dei Fenici, porta al rito del sacrificio umano. L’impero romano presidia Triokala durante le guerre servili riuscendo a sottomettere gli schiavi ribelli insediati nella roccaforte della città. Le religioni fenicie e greche sono cancellate dalla predicazione di San Pellegrino che divulga la novella cristiana, debellando i sacrifici umani.

Del periodo bizantino rimane poco come documentazione storica, tranne per pochissime tracce del loro passaggio. Chi ottiene risonanza sono gli Arabi che conquistando Triokala e ne cambiano il nome in "Qal’at al Ballut", letteralmente “rocca delle querce”. Gli stessi Saraceni costruiscono una Moschea con annessa una torre adibita a minareto e torre d’avvistamento. Ancora oggi molti termini dialettali sono derivati, oltre che dal greco, dall’arabo. Con l’invasione dei Normanni per opera di Ruggero e la sconfitta degli Arabi, Caltabellotta diventa roccaforte per la regina Sibilla e per il piccolo re Guglielmo III. Molte sono le opere monumentali normanne ed arabo-normanne all’interno dei percorsi del paese, dalla stessa Cattedrale e l’arco di Salvoporto. Grande importanza riveste Caltabellotta nel periodo della guerra dei Vespri per il grande apporto dato alla tanto sperata pace. Le trattative tra Angioini ed Aragonesi. Così nel 1302 venne sottofirmata una tregua che perdurò nei secoli ed ancora ora è chiamata “La pace di Caltabellotta”. L’arrivo degli Spagnoli si sovrappose a quello degli Ebrei che nonostante la predominanza iberica, riuscirono ad edificare un quartiere ed una Sinagoga che ancora si può vedere. Nel periodo dei Conte Luna il castello, del quale rimane solo un torrione e delle cisterne, diventa luogo d’incontri e scontri. Qui arriva persino uno dei più grandi menestrelli del periodo chiamato Adam le Roi e tanti altri come Wolfram von Eschenbach con i Perollo di Sciacca e nell’omonimo caso. Il Boccaccio fa rivivere le cortigianerie del tempo in una novella del Decamerone.

Da non perdere: l’Eremo di S. Pellegrino, massiccio edificio conventuale oggi in stato di agonia, che si allunga fra le rocce, nella essenzialità della compatta scatola costruttiva, la chiesa matrice e la chiesa di SS. Salvatore, Il Castello e la Torre Normanna sotto l'imponente mole dell'alta rupe  che domina l'abitato, l'ultimo malinconico avanzo del castello normanno, edificato sui resti di un precedente fortilizio arabo; La Necropoli Sicana, 22 tombe a grotticelle, di origine preistorica. Si trovano all’entrata orientale e occidentale del paese, Altare sacrificale del Dio Kronos è un altare a doppia scalinata usato in età greca e romana per sacrifici anche umani;

Burgio: non esiste una fonte attendibile sulla data di fondazione di Burgio.

Sicuramente esisteva con certezza nel XIV secolo d.C., quando gli abitanti della vicina Scirtea si unirono a quelli di Burgio. Esisteva, , già nel 1282 d.C., quando Pietro I d'Aragona, re di Sicilia, invitò al Parlamento Siciliano alcuni Sindaci e, tra essi, quello di Burgio.

Il mistero che avvolge le origini del Paese si arricchisce di elementi interessanti che testimoniano le presenze in quei luoghi di diverse popolazioni: il Castello, forse del XII sec.; una cappella dedicata a Maria SS. del Popolo del 744; un quadro della Vergine SS. tra S. Antonio Abate e S.Nicola di Bari del 1102; e, infine, un Crocifisso conservato nella Chiesa Madre del 1103.

Primo Signore di Burgio fu Aly Binncema (Re emiro, del ramo degli Edrisiti) che lasciò in eredità il suo regno ad Hamud. Questi lo perse nel 1087 nella guerra contro re Ruggero durante la quale fu costretto a lasciare il territorio ed arrendersi. Ruggero istituì la Diocesi di Girgenti nominando Gerlando come Vescovo. Proprio Gerlando amministrerà a Sciacca il Battesimo ad Hamud, convertitosi al cristianesimo. Tra Ruggero ed Hamud si instaurò un rapporto di fratellanza spirituale tanto che lo stesso Hamud prese il nome di Ruggero e, poiché era stato Signore di Burgio, anche quello di Burgio. Si intestò, così, la discendenza della nobile famiglia Burgio.

Nel 1330 fu Signore di Burgio Federico di Antiochia. Seguì fino al 1400 un periodo sul quale gli storici non concordano. Certo è, invece, che nel 1405 Burgio apparteneva agli antenati di Nicolò Peralta. Alla morte di Caterina, nella metà del 1400, Burgio passò ad Antonio Cardona, suo figlio. La Signoria di Antonio Cardona fu molto tranquilla a differenza di quella del figlio, Alfonso Cardona, contro il quale il popolo insorse.

Nel 1641 l’investitura di Barone di Burgio andò a Marcantonio Colonna Quinto per effetto del matrimonio con Donna Isabella, figlia di Lorenzo Gioeni.  Fu, per la Sicilia intera, un periodo tranquillo per l’apertura mentale del Barone che preferì lasciare Roma e trasferirsi in Sicilia. I Colonna mantennero il dominio di Burgio sino al 1826, anno in cui Margherita Gioeni Colonna Rospigliosi vendette al burgitano Domenico Maniscalchi i possedimenti della sua famiglia.

Anche Burgio, dal 1781, fu sotto il vicereame di Domenico Caracciolo, mandato in Sicilia dal re Ferdinando. L'aria di rinnovamento settecentesco si respirò profondamente in tutta la Sicilia sino al 1812, anno della rinuncia in Parlamento siciliano, da parte della nobiltà, di tutti i privilegi di cui aveva goduto. Le guerre, poi, segnarono ancora di più le sorti di questo paese che, nel 1968, subì pure le conseguenze del terremoto del Belice. Burgio, infatti, ebbe pure danni significativi ed il suo aspetto, prima caratteristico per la particolare conformazione del territorio.

Da non perdere: il museo delle mummie, all’interno del restaurato convento dei Cappuccini, dove si trova anche una preziosa pala dello Zoppo di Gangi. Le mummie, ridate alla luce dalla maestria dell'arch. Umberto Di Cristina, sono state restaurate insieme a vestiti e monili originari. Una suggestiva ed inquietante passeggiata tra scheletri ed arredi funebri risalenti al XVIII ed al XIX secolo, mummificati secondo le tecniche antiche dei frati francescani; la fonderia delle campane, è l'unica esistente al Sud ancora in attività. Fondata alla fine del 1500, nella fonderia i successori del maestro Virgadamo lavorano il bronzo secondo l'antica, segreta, fattura, la chiesa madre con le pregevoli opere del Gagini, il crocifisso di Rifesi di origine bizantina, la chiesa di S. Vito con la sua statua marmorea dedicata al santo, le fabbriche della ceramica e le botteghe di lavorazione del ferro, vetro, della pietra.

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